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BREVE STORIA DI VOLTRI
INDICE
Geografia
Lo stemma di Voltri
La battaglia di Voltri del 1796
Voltri napoleonica
La RESISTENZA a Voltri: Lettere dalla Germania
La RESISTENZA a Voltri -2-:
Storia fotografica del bombardamento e della Liberazione di Voltri
La Confraternita di Sant'Ambrogio di Voltri
Il Santuario di N.S. dell'Acquasanta
San Carlo: il patrono di Voltri
Le industrie
2003: i 100 anni di Voltri Città
Le catastrofi
Una raccolta di fotografie di Voltri fatte da Mauro Mantero
Pianta topografica di Voltri del 1750 ca. ad opera del Vinzoni
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GEOGRAFIA
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Voltri è situata nel punto più interno del golfo Ligure,
geograficamente parlando non farebbe parte né della riviera di ponente
né della riviera di levante, ma, avendo preso come punto di divisione
delle due riviere il centro di Genova, Voltri fa parte della riviera di
ponente.
Le sue coordinate geografiche sono: 44° 24' 59" LATITUDINE NORD,
8° 45' 8" LONGITUDINE EST, pertanto si trova a 3° 42' a ponente
di Roma. Siccome fra due località distanti 15° di longitudine
c'è astronomicamente la differenza di 1 ora, si può rilevare,
a titolo di curiosità, che quando le campane suonano contemporaneamente
il mezzogiorno a Voltri come a Roma o a Trieste, a Voltri sarebbero esattamente
le ore 11, 45 minuti e 12 secondi.
È circondata dai monti dell'Appennino Ligure: Reixa (m. 1183),
Faiallo (m. 1138), Dente (m. 1107), Costa Cerusa (m. 1032.), Martin (m.
1001).
Voltri ha sei corsi d'acqua: Rio San Giuliano, Leira, Cerusa, Fontanelle,
Vesima e Lupara. Voltri, antica capitale preromana delle tribù Veiturie,
ci lascia lungo il corso dei secoli le seguenti denominazioni varianti
a seconda dei mutamenti glottologici e delle interpretazioni dei vari traduttori:
Hasta Veiturium - Vutri = grappolo (Poggi), Utris = otre (Padre Gazzo),
Ulterium = oltre ( nei portolani), Bocca di vento (nei portolani), Uccole
( in una stampa inglese), Vulturium = avvoltoi (Sac. Emilio Parodi) ed
ancora Otri, Utri, Votori, Votri, negli atti notarili medioevali.
Le strade vanno dalle piste degli antichi Liguri (Via del Giovo, Via
dell'Olba, strada del Veleno) alla strada romana "Emilia Scauri" alla moderna
Aurelia, alla strada ferrata, alle autostrade, per finire con la più
importante: il mare.
Sono numerose le frazioni che sorgono sul suo territorio:
Acquasanta, Fabbriche, Fiorino, Crevari
(e il suo Presepe Artistico) e Vesima.
Di tutte le delegazioni genovesi, Voltri è quella con il territorio
più ampio: confina con Pra’ a Levante (rio San Giuliano), Arenzano
a ponente (torrente Lupara) a nord con i comuni di Mele, Masone, Urbe.
Nel 1550, dal censimento di Mons. Giustiniani, Voltri risulta con 400
fuochi equivalenti a 5000 abitanti.
Nel 1582 vi erano 2085 abitanti, a Leira 790 a Seruxia 662 e nel Circondario
633. Nel 1629 gli abitanti erano 2577.
Nel censimento del 1961 gli abitanti erano 17.053; oggi, nel 1999,
gli abitanti sono circa 14.500, ha una superficie di 4.143,46 ettari e
259.414 mq. di verde pubblico.
Nel 1888 sindaco di Voltri era Nicola Mameli, fratello del più famoso Goffredo che scrisse l'inno d'Italia. |
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Voltri è il limite estremo di ponente della grande
Genova, proprio alla periferia ovest di Voltri troviamo uno dei resti più antichi (oltre
600 anni): una lapide raffigurante lo stemma della città.
Nello stemma si vedono tre torri perchè nel passato Voltri era divisa in tre borghi:
Cerusa,
Leira (o S.Ambrogio) e Gatega (Chiaramone).
Nel borgo Cerusa troviamo un intrico di
vicoli che portano a piazza Saredo dominata dalla torre Spinola del 1583 |
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LO STEMMA DI VOLTRI
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Lo stemma adottato da Voltri dopo la sua proclamazione a Città
(R.D. 26 maggio 1903) raffigura un leone rampante che simboleggia, con
la ruota dentata che regge fra le zampe anteriori, la forza dell'industria
della città (le cartiere).
Il mare a punta vuol ricordare che Voltri sorge nel centro geografico
e nel punto più internato del Golfo Ligure, la croce rossa in campo
bianco indica che la cittadina fu nel Medio Evo una delle 3 Podesterie
e Capitanato della Repubblica di Genova.
La corona turrita è quella prescritta dall'araldica per i comuni
superiori a 3.000 abitanti: cerchio di muro d'oro aperto in quattro porte
sormontato da otto merli uniti da un muricciolo d'argento.
Questo stemma rimase a simboleggiare la Città di Voltri sino
al 1926 quando Mussolini gli tolse l'autonomia amministrativa per essere
incorporata a Genova. |
Decreto reale di concessione del titolo di Città a Voltri
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a cura di A. Boccone |
LA BATTAGLIA DI VOLTRI DEL 1796
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Il giorno 8 aprile 1796 vengono condotte delle ricognizioni sulle posizioni occupate dai francesi nei dintorni di Voltri. Il generale francese Cervoni pur disponendo di quattromila uomini non riesce a tenere tutte le posizioni su un terreno così vasto.
Il 9 aprile 1796 il combattimento di Voltri precede le battaglie di Dego e Cairo Montenotte di un giorno o due, quindi è a Voltri che si apre la Campagna d’Italia delle truppe napoleoniche contro piemontesi e austriaci.

Giuseppe Bagetti ha firmato questa stampa con l’abitato di Voltri e le montagne. Preso quanto poteva in viveri, Cervoni, su ordine di Napoleone si ritira fino a Savona. Torna logico chiedersi perché ancora Voltri al centro di vari movimenti storici. Semplice rispondere, perché in quelle due valli, Leira e Cerusa, esistevano i Molini per la farina di grano per il pane bianco, quindi l’esercito aveva soprattutto bisogno di mangiare; assicurato il rancio, la parola passava alle armi. Da considerare inoltre la presenza di filande e lanifici per il vestiario e divise militari, coperte. Questo contingente riuscì ad arrivare a piedi in Voltri lungo il litorale per evitare le navi inglesi e la popolazione li accolse gridando fino al delirio: evviva al nuovo governo, alla libertà, alla Francia, a Napoleone. Piazza dello Scalo, centro di TUTTO ciò che accadeva, alzò l’albero della libertà con in cima il cappello frigio. I giacobini e la massoneria si erano messi a denigrare gli osti piemontesi, invadendo le osterie asciugando tutte le loro botti: al posto del sangue fecero scorrere il vino, fu molto meglio così. Il 10 aprile i francesi si addensano sulla collina di San Nicolò dei cappuccini e Voltri è in mano austriaca dalla mezzanotte. L’11 aprile, dopo un abboccamento fra Beaulieu e Nelson, gli austriaci partono per Novi. Voltri rimane libera per un certo tempo.
Venne il 14 luglio 1796 festa per la presa della Bastiglia (1789). Allora gli scaltri atei rivoluzionari, cosa fecero, onde assicurarsi la partecipazione del popolo cattolico? “ Il governo democratico ebbe la furberia di mandare in tutte le chiese di Voltri e del Circondario, squadre ben assoldate di sacerdoti missionari, onde con la loro protezione governativa, fare delle prediche politiche mascherate da patriottismo.
I sacerdoti che non aderivano venivano imprigionati, esiliati, perseguitati … “, così scrisse il sacerdote A. Pareto di Mele. Il pittore Francesco Monteverde si apprestò a nascondere tutti i preziosi e argenterie varie della parrocchia di San Ambrogio poi, si dimostrò compiacente verso il governo democratico, salvando capra e cavoli, come si suol dire (vedi il libro Artisti Voltresi). Malgrado ciò le chiese del capitaneato, pardon della 14° giurisdizione della Cerusa, pagarono lo scotto totale di 93.760 lire al governo francese.
Chi si incaricò delle spogliazioni delle chiese voltresi fu un certo Silvano. Visto il territorio in balìa degli approfittatori il Consiglio dei Seniori nel 1797: “ Riconosce l’urgenza di determinare la definitiva divisione del territorio ligure senza indugi in 20 Giurisdizioni “ (Francesco Grillo Storia). Quella che ci riguarda è la 14° detta della Cerusa, appunto. “ Essa confina col Monferrato, con il Polcevera, con la Varenna, col Lemo, con Colombo. Contiene 8 cantoni. Capoluogo è Voltri con Ovada, con comizi a Campo L. comprende: Voltri con Mele e Crevari -- Arenzano con Teralba -- Prà con Palmaro, Sapello, Pegli -- Masone -- Campofreddo -- Rossiglione -- San Pietro d’Olba, Santa Maria di Tiglieto, Martina -- Ovada, S. Lorenzo, Costa “ (F. Grillo).
Compiuto questo passo importante, l’ordine ritornò sovrano a Voltri e dintorni sotto la guida di Antonio Viacava (nonno del Sindaco omonimo). Abolita dal governo la nobiltà e i titoli personali, ogni individuo anche se rurale, venne chiamato “cittadino”. A Voltri avevamo anche il cittadino “boia” che zelantemente svolgeva il suo orribile mestiere. Le contraddizioni non mancavano, si deportava il papa in Francia ma le chiese rimanevano aperte pur derubate di preziosità. Una specie di connivenza che oggi chiameremmo cattocomunismo, si era impadronita delle istituzioni.
Il colmo si raggiunse il 13 dicembre 1798 con ricorrenza della festa di Santa Lucia dei paperai con altare in San Erasmo e in Mele, ebbene, il governo obbligò tutti i lavoratori delle cartiere di astenersi dal lavoro, con pena per i trasgressori.
Ecco cosa è la politica: un assurdo!! I combattimenti con gli austro - sardi si ripetevano a fasi alterne, Massena (francese) e Melas (austriaco) erano i due generalissimi contendenti sul fronte di Voltri che fortunatamente non andavano fino in fondo con le loro azioni ma, cercavano di usare tattica e strategia, toccata e fuga, così da risparmiare più uomini possibili per le grandi battaglie future.
I cittadini, dopo l’entusiasmo iniziale, avevano imparato a non prendere più posizione e si lasciavano governare sia da uno che dall’altro contendente: erano diventati fatalisti, tanto che ad ogni cambiamento nessuno inveiva contro i vinti, o meglio con i simpatizzanti dei vinti. Avendo sempre bisogno di soldi per l’Armée il municipio vende le terre demaniali all’asta e chi ne può approfittare? Naturalmente la famiglia Viacava che gioca in casa e il barone Podestà (padre di Andrea) che oltre a giocare in casa come Consigliere è anche e soprattutto generale del Genio dell’Armée napoleonica. Il popolo continuava a svolgere i lavori di sempre nelle cartiere, filande, iutifici, corderie di bordo, cantieristica navale, pesca; tutto filava lo stesso malgrado la guerra ma, all’orizzonte le navi inglesi non promettevano niente di buono, preparavano il blocco navale di Genova!
Nell’anno 1799, il generale francese Massena in fuga dalla Riviera di Ponente, si ferma con il suo esercito a Voltri e aspetta il collega Soult con le sue truppe per contrattaccare il nemico. Il generale austriaco Melas con tutto il suo esercito scende le colline e sorprende i francesi che li mette in fuga e li insegue tutta la notte con fiaccole accese con il risultato che, Massena e Soult devono rifugiarsi in Genova: è l’inizio dell’Assedio di Genova. Mentre la città madre soffre la fame, Voltri, sotto il dominio austriaco, continua la vita di sempre, fino alla vittoriosa Marengo del 14 giugno 1800.
In seguito fino al 1814, i genovesi della Repubblica Ligure (filo francese) godranno di un periodo di pace e di progresso.
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a cura di A. Boccone |
VOLTRI NAPOLEONICA
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“ Anche a diversi comuni liguri, a cominciare da Voltri, il governo impose di vendere, forzatamente, ai cittadini più ricchi, i beni pubblici disponibili per autofinanziarsi “ (Gazzetta nazionale.). Nel 1799, a causa dell’andirivieni degli eserciti stranieri che assorbivano tutte le risorse locali, si era determinata una grave penuria di grano. Quello ricuperato cadde in mano ai soliti speculatori che fecero lievitare il prezzo del cereale prezioso. Nel gennaio dell’anno 1800 iniziarono nella Riviera di Ponente le varie malattie di sempre quando mancano gli alimenti principali della dieta mediterranea. L’assedio delle navi inglesi era esteso dalla Spezia a Nizza e non lasciava passare quasi niente se no, con piccole imbarcazioni a remi, facendo una specie di staffetta costiera, sommamente costosa.
Voltri in quel periodo incrementò la pesca e l’agricoltura autarchica cercando di sopravvivere. Mai, però, mancava il vino, i piemontesi tenevano bene il blocco ma gli affari sono affari e le osterie voltresi, quasi tutte di proprietà dei monferini, non erano mai a secco. La popolazione, sempre più si attaccava alla Francia in quanto, era meglio addirittura della Repubblica Patrizia dei Dogi. Il 16 aprile l’esercito di Massena, in rotta da Savona, organizza una resistenza sul Cerusa a Voltri, da permettere di sgombrare i magazzini e di ritirare tutti i documenti dal palazzo detto del “Preposto” a Cerusa di fronte all’ospedale vecchio. Massena lasciata Voltri, fa tappa a Sestri per raccogliere anche qui le stesse cose di Voltri poi, si chiude in Genova: una possente fortezza assediata dai nemici e dalla fame.
Il 21 Aprile Melas è a Voltri nel Castello di Leira e si gusta la vittoria, le navi inglesi favoriscono lo scarico delle merci sul pontile di Gàtega, molti debilitati dalla fame morirono per indigestione all’apparire dei cibi consueti. A Genova assediata a fine luglio 1800, morirono di fame 590 persone. A Voltri e a Sestri i cantieri riprendono il loro lavoro e riparano le navi inglesi. Riparte Melas per il Piemonte dove, infuriano i combattimenti. I francesi vincono una battaglia e Melas, sconfitto, arriva a Voltri con i resti della sua armata e 2000 cavalli; Bonaparte si preparava a sfondare il blocco per liberare Genova ma si trovava ancora a Losanna e Massena non riusciva più a tenere in mano la situazione in città: il fermento popolare aumentava sotto la spinta dei partigiani che si scontravano con i simpatizzanti dei francesi.
Il 2 giugno cominciarono le trattative di resa, il 5 giugno 1800, il generale con le sue truppe lasciò Genova. La Liguria intera era nuovamente in mano austriaca. Il 6 giugno Melas lascia Voltri per Alessandria con il grosso delle sue truppe che il 14 giugno 1800, sono sconfitte da Napoleone a Marengo. Soltanto il martedì successivo, il 17 giugno, verso sera, si diffuse la notizia della vittoria dei francesi a Marengo. I pochi cronisti della Gazzetta non sapevano più che pesci prendere. Avevano già stampato a favore degli austriaci e ora avrebbero dovuto lodare i francesi, decisero di lasciare quello che avevano scritto finché il governo provvisorio austriaco non fosse uscito dalla scena. A Voltri, i giacobini cominciarono timidamente a fare dimostrazioni essendo ancora gli austriaci sul territorio. Gli altri, gli industriali della carta, accettavano anche il diavolo pur che li lasciasse liberi nella loro professione. I cittadini si domandarono, ansiosi e perplessi, quale dunque doveva essere la loro sorte, e quando avrà fine la serie delle tante vicende, nelle quali si trovavano da tre anni inviluppati. Tutto procedette con molta quiete; l’albero della libertà fu rialzato in piazza e si gridò, dopo averlo maledetto, evviva Napoleone, evviva la libertà. Ogni sfogo alle passioni, ogni finto slancio per derubare negozi filo austriaci fu subito evitato con un severo proclama del generale Suchet, nominato governatore della Liguria.
Insieme alle truppe francesi rientravano i patrioti profughi, esuli, gli ufficiali della Guardia Nazionale, i preti repubblicani. Voltri con i suoi cantieri e così la costa ligure da Pietra, Vado, Varazze, Sestri cominciò a pullulare di cantieri navali per la costruzione di naviglio francese. Al 1801 abbiamo nei nostri attracchi Tartane, Sciabecchi, Leudi, Liuti, Pinchi, Chiatte che portano merci e non solo dalla Corsica e dalla Sardegna: formaggio pecorino e caprino, carbone, sale, pesce secco, tonno, maiali e persino asini. Lunghe teorie di carri prendevano la via della Canellona per spingersi nel Piemonte e in Lombardia. I traffici riprendevano a pieno ritmo. Con il commercio e le immancabili speculazioni, l’impeto giacobino, quello slancio iniziale, quella fiamma che si accende a ogni capovolgimento che volga a vantaggio della plebe, si stavano spegnendo.
Nonostante i francesi nel 1797 avessero bruciato il libro della nobiltà, non risolvettero granché in fatto di uguaglianza. Era inutile che non si chiamasse più magnifico il cittadino Spinola, il cittadino Centurione, il cittadino Lomellini, se loro rimanevano in possesso dei loro beni e a capo delle cariche pubbliche che avevano occupato prima. Con questo stato di cose, stava crescendo una nuova borghesia e con essa si affacciavano alla ribalta i Viacava, i Podestà, i Vigo, i Gaggero, i Grillo, i Piccardo tutti industriali che occupavano pure posti nell’amministrazione della Giurisdizione della Cerusa per avere un miglior controllo degli avvenimenti e dei movimenti economici; niente doveva loro sfuggire di mano. Anche certe opere pubbliche venivano rinnovate come il ponte sul Cerusa e alcuni ampliamenti alla strada costiera chiamata Aurelia.
Se si dovesse fare un bilancio di questo periodo, in attivo dovremmo mettere l’ordine, nuove leggi moderne, comunicazioni terrestri, istruzione, catasto; al passivo va messa la maggiore pressione fiscale, la coscrizione obbligatoria di combattere nell’esercito napoleonico. Nel 1798 La Repubblica conia moneta aurea: il 96 Lire fino al 12 Lire e d’argento ad un massimo del 8 Lire. Il traffico marittimo era angustiato dal dominio continuo delle navi inglesi. Il piccolo cabotaggio era rischioso a causa del blocco rigoroso e, pertanto, i convogli dovevano essere scortati da navi da guerra, le quali in caso di pericolo dovevano rifugiarsi a navigare sotto costa. L’armamento navale ligure, distolto dai suoi traffici normali, cercò un compenso nella guerra corsara e durante questi 14 anni di Impero, armò a questo scopo 53 legni che, solo in piccola parte risolvettero il problema in quanto, anche i marinai non volevano rischiare la pelle e disertavano pur affrontando processi a Tolone in Francia.
A Voltri sempre più fiorente aumentava la produzione agricola sui territori dei Piccardo, Viacava, Grillo, Podestà affittati ai migliori ortolani. Continua l’attività, anzi incrementa la produzione di lana Francesco Massone in Voltri con una fabbrica impiantata nel 1792 e dopo 8 anni nel 1800 ha 10 dipendenti. Anche Domenico D’Albertis dopo che, nel 1792 i francesi Baudet gli costruirono le attrezzature, stava nel 1802 aumentando produzione e in proporzione il numero dei dipendenti.
Dal 1792 Gio Batta Orsoni, apriva a Voltri una scuola di lingua francese e latina, frequentata dai giovani delle famiglie più in vista. La scuola era privata; la prima scuola pubblica a Voltri aprirà nel 1843. Al 24 gennaio del 1800 la Giurisdizione della Cerusa, nella persona del presidente Carlo Muzio e dei membri del Consiglio, Sebastiano Leoncini e Benedetto Causa, visto ormai l’inutilità di avere una polveriera, la vendono per conto della Nazione a Domenico D’Albertis che la trasforma in un mulino.
Cade in questo periodo una grande contraddizione per cui non si sapeva più a chi dare credito e cioè, il governo repubblicano proclamò che Voltri non doveva più chiamarsi in tre borghi, Cerusa, Leira, Gatega ma bensì, in S. Ambrogio e S. Erasmo, era il colmo che fece imbestialire i giacobini mangia-preti. Una confusione che persiste anche oggi perché sembra che esistano non due, ma 5 borghi. Dopo la battaglia di Marengo e liberazione di Genova, passarono 5 anni di pace durante i quali, l’industria tessile grazie ai macchinari moderni venuti dalla Francia, si rinforzò e sorsero a Fabbriche iutifici e anche lavorazione della seta.
Ma nel 1805 il cannone aveva ripreso a sparare. La coalizione contro Napoleone non si era rassegnata. Dopo 5 anni di batoste, si era riorganizzata e le battaglie ripresero tutte a favore dell’Imperatore dei francesi, fino ad Austerlitz, il grande capolavoro di strategia e di valore. La notizia a Voltri arrivò dopo due giorni e ripresero i festeggiamenti. Sul palazzo della Giurisdizione sventolava la bandiera francese, in Piazza della Libertà si alzò il solito albero, si faceva il girotondo cantando la Carmagnole.
Il Codice Napoleonico fu adottato anche in Liguria e i preti gli contestavano il divorzio, rendevano difficile questa pratica, ma la Giurisdizione la spuntò anche se in pochi casi fu applicato. Purtroppo le battaglie anche se vittoriose lasciano una scia di morti e hanno sempre bisogno di sangue nuovo. La Giurisdizione era obbligata a reclutare i giovani che servivano all’Armèe e in questo caso, come sempre, c’era chi era costretto a partire, chi invece voleva partire volontariamente, chi pagava ingenti somme per non partire affatto.
Nel 1812 Napoleone partì per la Russia portandosi via un cavallo per ogni stalla di Voltri, di Mele, di Crevari, di Prà più un centinaio di giovani che non fecero più ritorno. Giugno 1815 a Waterloo la sconfitta francese è definitiva. La notizia della caduta arriva dopo due giorni; mentre la gente da tempo stava guardinga ad aspettare gli eventi per decidere da che parte stare. Subito si pensava che saremmo passati sotto il Ducato di Parma sotto Maria Luisa, austriaca, moglie di Napoleone. Poi poco alla volta l’ombra dei Savoia si faceva sempre più inquietante su tutta la Liguria, dove Sanremo aveva già optato da tempo per il Piemonte a fare data dalla fine di novembre 1814.
Il Maire (Sindaco) di quella città, Tommaso Borea, diceva: “ La consolante notizia ufficiale che tutto il stato di Genova era cesso al re di Sardegna in virtù del trattato di Vienna ove le potenze erano al congresso “. Nel genovesato i filo imperiali, dopo che vi fu la sicurezza ufficiale dell’annessione di Genova con tutto il territorio dell’ ex Repubblica al Regno di Sardegna, mandarono messaggi di felicitazioni a Vittorio Emanuele I°.
In San Ambrogio, il genovese Don Pietro Francesco Decotto prevosto, rincuorò i fedeli che niente avevano da temere dai cambiamenti politici e li invitò a pregare per il ritorno del Papa dalla cattività di Francia. La Giurisdizione della Cerusa si riunì per l’ultima volta. Andrea Viacava che aspirava a diventare Sindaco di Voltri, disse che sperava che gli ideali di indipendenza e libertà del Codice Napoleonico venissero mantenuti: la coscrizione obbligatoria, la presenza attiva delle province e dei prefetti, il corpo di polizia, la Guardia Civica erano conquiste irrinunciabili. Per saperne di più dobbiamo spostarci al Centro di Genova, la Capitale, per leggere il Proclama dei Governatori e Procuratori della Serenissima Repubblica di Genova. “ Informati che il Congresso di Vienna ha disposto della nostra Patria riunendola agli stati di S.M. il Re di Sardegna risoluti dall’una parte a non lederne i diritti imperscrittibili, dall’altra a non usar mezzi inutili e funesti, noi deponiamo un’Autorità che la confidenza della Nazione e l’acquiescenza delle principali Potenze avevano comprovata … Riportiamo nel nostro ritiro un dolce sentimento di riconoscenza verso l’illustre generale che conobbe i confini della vittoria, e una intatta fiducia nella Provvidenza Divina che non abbandonerà mai i genovesi. Dal Palazzo del Governo, li 26 dicembre 1814, Girolamo Serra, Presidente del Governo. Ormai, dopo tanti tentativi consumati nei secoli passati, gli odiati Savoia, i nemici di sempre, avevano preso in mano la situazione e si affrettavano a sottometterci, senza neanche un plebiscito. Ha, la discesa piemontese, tutta l’aria di una colonizzazione se si pensa che, in una caserma di Voltri prendevano posto 200 soldati su 6500 abitanti e a Genova Città, prendevano posto 7000 soldati sardi su 97000 abitanti.
Emerge doloroso il problema della brutalità savoiarda, sia a livello di violenza fisica che di competizione fra Stato e cittadino. L’umiliazione era grande ma, bisognava sopravvivere. I voltresi potenti si misero all’opera prima che arrivasse qualcuno dal nord a togliere loro il posto direzionale (oppure dal Centro di Genova). I Viacava (Antonio e Andrea) si misero all’opera facendosi trovare dietro ad un banco (scrivania) con tutti i documenti pronti per essere adattati al nuovo regime. I Muzio più che mai al loro posto presso le mura del Chiaramone a fare il solito lavoro di esattori delle imposte. L’ing. Gian Luca Podestà, generale, presso la caserma a tenere ordine e rigore. I Centurione si misero alla protezione delle industrie di Fabbriche. I Fava, in difesa della cantieristica navale: il Comune, più che mai autonomo, si fece trovare pronto. I preti rialzarono la “cresta”. I nuovi padroni quando arrivarono trovarono tutti i leaders già organizzati, formanti una specie di “casta” immutabile e pensare che Vittorio Emanuele I, a Torino, fece gettare via perfino le sedie e i calamai del periodo napoleonico.
La loggia massonica di Voltri non aveva mai smesso di funzionare segretamente, per non essere individuata, cambiava sede sovente e mai si era interessata di patriottismo tipo Unità d’Italia, ma soltanto di interessi politici legati all’industria. La loggia prese il nome di Adelfìa sotto la regia di Buonarotti. La casta borghese che si era insediata a Voltri preoccupava la nobiltà la quale si era rivolta ai nuovi padroni per non essere esclusa dal potere; fu allora (1816) che salì in carica di Maire (Sindaco) Lomellini D’Aragona. Questa mossa fu sufficiente per calmare i Savoia i quali, avevano da pensare a Torino dove l’inverno era stato freddo e secco. I raccolti pessimi ovunque; re Vittorio ha visto per strada morti di fame con erba e terra in bocca. Millecinquecento mendicanti sono stati raccolti per strada e ospitati in Ospizio. Il re proibisce l’elemosina e l’asilo nelle chiese; vieta anche il commercio di granaglie e punisce i soliti ebrei che speculano su di esse. Il grano che arrivava dalla Russia costava pochissimo appena sdoganato in porto veniva portato a Voltri con carri, quando prendeva la strada del Nord, passando attraverso vari dazi aumentava enormemente di prezzo. I molini di Voltri e Pegli lavoravano incessantemente notte e giorno. Genova e di conseguenza Voltri era in una posizione di privilegio mentre, San Remo era affamata e per giunta i lupi scendevano a valle e si mangiavano i bambini e non solo; le vittime al 19 agosto 1815 erano 46.
Solo nel 1816, grazie all’intervento di cacciatori valdostani, inviati dal re, vennero finalmente eliminati lupi e linci. Lo sblocco delle navi inglesi permisero l’esportazione di carta in America, le cartiere aumentarono a un centinaio di cui cinquanta erano nel territorio di Mele, ormai autonomo dal 1798. Con l’anno 1821 la loggia della massoneria Adelfìa di Voltri, ha una propaggine nella carboneria, ne fa testo una stampa di una riunione tenuta proprio da noi, in Leira. Manco a dirlo, gli affiliati erano tutti borghesi o nobili, capaci di frenare eccessi troppo rivoluzionari che avrebbero portato il nostro territorio a livello di una colonia dei Savoia. I Dongo, i Rovereto, i Porrata, gli Ansaldo, vigilavano e dirigevano nell’ombra. La gente comune, quasi anafalbeta totalmente, si occupava della pagnotta frutto del loro sudore in cartiera, nella filanda, nei cotonifici, nei cantieri navali, nella pesca.
Per quel poco che si sa in generale sull’ Adelfìa è che ai Savoia, impegnati a vigilare sulla loggia di Genova, faceva un certo comodo sapere dell’esistenza di una loggia a Voltri indipendente da quella del Centro. Nel suo piccolo, la loggia, esisteva già dal 1795 per controllare l’economia locale; essa si componeva di Deux Maitres de Cèrèmonies, un Treésoriere, un Secrétaire, Un orateur i quali, restavano in carica tre anni. Non si potevano occupare di questioni politiche, ma unicamente di chiarire mutualmente sui veri principi della morale e della virtù; e che la legge della Repubblica fosse propagandata e divulgata con i suoi stessi principi ovunque. Sulle regole non si poteva transigere, sulla appartenenza totale, neppure; al neofita si diceva-- Sei fermo nel proposito di entrare nella confraternita dei Buoni Cugini?-- certo-- Ti sei fatto un’idea dei terribili doveri che ti assumi? Sai che, appena reso il giuramento solenne, le tue braccia, i tuoi beni, la tua vita, tutto il tuo essere, appartengono all’ordine? Sei pronto a morire, piuttosto che rivelare i segreti dell’ordine? Sei pronto ad ubbidire ciecamente ai tuoi superiori?- Per prima cosa gli Adelfi si preoccupavano, prima di entrare in massoneria, di mettere al sicuro i beni, cedere le proprietà ai figli ( nel 1805 Ippolito Durazzo cedette Villa e Palazzo al figlio Marcello) in modo che all’evenienza avessero poco da offrire, in denaro, alla causa e … questo era molto genovese.
A contrastare questi massoni anticlericali, ci pensavano i gesuiti, mediante il confessionale, essi invadevano anche il sacrario familiare e comunicavano i dati alla polizia. Un commercio florido era quello delle spie e degli informatori numerosi come mosche su una carogna. Esistevano ovunque e, la polizia segreta pullulava di tutti i veterani della dissolutezza e del delitto. Nel 1816 re Vittorio Emanuele I si fece ancora più retrogrado, tutto ciò che appariva di gusto “francioso”, compreso i baffi sotto il naso, lo proibì. La libertà di stampa era impossibile, a Voltri arrivavano solo 10 copie della “Gazzetta di Genova” che registrava i decreti ministeriali, i ricevimenti di corte.
Libri non se ne stampavano proprio. Più forte si faceva la pressione gesuita, più fortemente ricorreva ai ripari la massoneria che poco alla volta piazzava un suo “cugino” all’interno di ogni fabbrica in modo di avere tutto sotto controllo e tutto nel massimo segreto. Il giudice e l’imputato entrambi massoni, si riconoscevano attraverso un gesto segreto e, in quel fare, la pena si alleggeriva di molto. I gesuiti invece, rapivano le ragazze degli ebrei se riconosciute aspiranti cattoliche, per questo bastava che esse passassero vicino ad una chiesa e guardassero la statua dell’Immacolata: diventavano suore in un batter di ciglio. Il 6 luglio 1815 i cappuccini sono autorizzati a riaprire, “senza indugi”, il Santuario di S. Nicolò alle Grazie.
Durante tutto l’anno 1816, a Voltri non vi furono arresti di uomini politici anche se, i piemontesi erano sempre più tenuti a distanza dalla nuova borghesia. Il re si accontentava dell’introito che la ricca zona voltrese versava al fisco. I nomi degli industriali cartari e tessili di Voltri e Mele dell’epoca post napoleonica erano quelli di prima: Dongo, Durazzo, D’Albertis,Barbarossa, Magnani, Odone, Bellando, Bignone,Piccardo, Calcagno, Chiossone, Verrina, Arado, Polleri, solo per citarne alcuni.
Nel 1811 vengono soppresse le congregazioni laicali con decreto napoleonico, tutti gli Oratori vengono chiusi, alcuni sono abbattuti, le Compagnie soppresse o disperse. Antonio Magnani, nel 1812, approffitò delle vendite pubbliche per appropriarsi di una zona “vignativa” e “olivativa” in quel di Palmaro, quel sito che oggi (anni 2000) è occupato da un distributore di benzina, sino ad arrivare a nord per 600 metri ai confini con il territorio Podestà. Nel 1816, dopo essere passato da Podesteria a Capitaneato e da questi a Giurisdizione, passava con quasi lo stesso territorio a nomarsi Capoluogo Circondariale. Con l’aiuto della solita loggia, Giacomo Firpo apre in Piazza dello Scalo un grande emporio (oggi Centro Commerciale, si direbbe) che si occupa in particolare dell’antico commercio delle spezie o droghe come volgarmente venivano chiamate. Il grande negozio si estendeva dove oggi (anni 2000) esiste un “ricambi auto”, tutto il piano del palazzo stesso, veniva chiamato “Drogheria Firpo”. Giacomo, al quale venne garantito il monopolio di tutte le spezie che arrivavano a Voltri e, come contropartita, doveva sopperire alle spese della Guardia Nazionale della quale aveva accettato la tenenza.
Questo corpo militare, formato da circa 250 volontari, si radunava in Piazza una volta al mese per l’appello e le esercitazioni. Il milite aveva fucile e divisa di sua proprietà, di conseguenza faceva parte di un certo ceto medio. A San Nicolò dietro l’osteria detta del Santo, la Guardia, si esercitava al tiro a segno. All’occorrenza Voltri poteva contare su 200 militari dell’esercito regio e 250 militi della Guardia Nazionale, volontari “scelti”.
Una nave della Marina Sarda era sempre in rada davanti alla nostre spiagge da Arenzano a Sestri Ponente con grande soddisfazione degli osti specie la domenica quando un centinaio di marinai, in libera uscita, si riversava nelle osterie. L’equipaggio di ferma permanente, era formato da “marini” della Savoia, di Nizza, della Maddalena in quanto, il re non si fidava degli altri, dei genovesi in particolare e forse aveva ragione. L’uniforme era una specie di frac nero e calzoni bianchi, con in testa un cappello a cilindro di tela cerata. Uniforme che era uguale a quella della marina austriaca; l’importante era che non fosse come quella francese.
Secondo la legge vigente, ogni giovane cominciava a essere soggetto alla leva a 18 anni; ma coloro che erano imbarcati sui mercantili all’estero, potevano ritardare la loro presentazione alle armi fino alla data del rimpatrio, rimanendo sempre vincolati all’obbligo di prestare 5 anni di servizio effettivo prima di compiere i 40 anni di età. Ripresero la loro attività gli Oratori ma, mancava loro, il luogo dell’esercizio spirituale e liturgico, il perno intorno al quale ruotavano le attività sociali e assistenziali che la confisca o comunque la perdita dei beni patrimoniali, mai più integrati, resero assai precarie. Diversi oratori di Voltri dovettero desistere oppure cercarsi delle sedi provvisorie. Le casacce, però, vennero tutte recuperate e le processioni ripresero nel fresco settembre 1816. Al loro ritorno, i “priori” dei vari oratori, si diedero subito un aspetto settario per difendersi dai potenti gesuiti e dai massoni.
A proposito di questi ultimi, occorre precisare che i capi dovevano versare una quota annua per la Loggia e una quota per i poveri, ad esempio: pour le Maitre, vingt francs pour la L.. et six francs pour les Pauvres-- pour le Compagnon, six francs pour la L.. et trente sols pour les Pauvres. Pour venir au secours du Macon dans le besoin. Così facevano pure le confraternite degli incappucciati. Chi si trovava fuori di queste sétte era tagliato fuori, come chi non era iscritto a uno dei sindacati negli anni del secondo Novecento! In pratica, si può dire che il periodo napoleonico a Voltri si concludeva in ritardo di almeno due anni; fino al 1817 da noi si visse alla francese.
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LA RESISTENZA A VOLTRI
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Durante la Seconda Guerra Mondiale, molti lavoratori dello stabilimento SIAC di Genova Campi vennero deportati in Germania per essere utilizzati nella costruzione di carri armati e quanto altro poteva essere utile nell'industria bellica.
Tra i tanti deportati c'era anche il sig. Natale Giampaolo di Voltri, il quale scrisse diverse lettere alla famiglia durante questo periodo di deportazione.
Leggendo le Lettere dalla Germania di Natale Giampaolo si può avere un'idea di quello che provavano queste persone in Germania, delle loro condizioni di vita
e dei rapporti che avevano con i tedeschi. |
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SAN CARLO PATRONO DI VOLTRI
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Il patrono di Voltri è San Carlo Borromeo, che si festeggia il 4 novembre.
Voltri lo ricorda con due feste: la festa principale di "San Carlo" che viene festeggiata la domenica vicino al 4 novembre presso la chiesa di S.Erasmo. Normalmente il pomeriggio di tale domenica viene il Vescovo di Genova nella chiesa di Sant'Erasmo per ricordare il santo patrono. La domenica successiva, nella parrocchia di Sant' Ambrogio viene festeggiato in tono minore "San Carlino".
San Carlo è patrono di Voltri dal 1649: Voltri era stata colpita da una grave pestilenza subito dopo un inverno durissimo che aveva già provocato molti morti. Pertanto i voltresi chiesero alle autorità di proclamare San Carlo patrono di Voltri, con la speranza di placare la terribile epidemia. L'autorità autorizzò la richiesta il 12 maggio 1649: subito iniziò un evidente miglioramento, i malati iniziarono a guarire e le morti calarono notevolmente.
Il 13 maggio 1649 i cittadini voltresi celebrarono San carlo Borromeo patrono di Voltri.
Le richieste al santo patrono furono rinnovate per altre calamità che colpirono Voltri: per l’assenza di piogge nel 1817, 1893 e 1896; per le scosse di terremoto nel 1828 e nel 1887; per il colera nel 1835, 1854, 1866 e 1884; e infine nel 1889 e nel 1893 per il vaiuolo. |

Anno 1908 circa. Lavorazione alle ferriere |
LE INDUSTRIE VOLTRESI
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Agli inizi del secolo Voltri era fiorentissima di industrie e rinomata
per le sue spiagge e stabilimenti balneari. Aveva la sua forza industriale nei cantieri navali e nelle cartiere, una cinquantina che erano molto famose sia in Italia che all'estero: la Regina d'Inghilterra con un suo decreto aveva stabilito che i registri dello Stato dovessero essere di carta prodotta a Voltri, essendo la più resistente al logorio del tempo ed alla distruzione degli insetti.
Vi erano anche stabilimenti metallurgici, iutifici, lanifici e cotonofici di importanza nazionali.
Da Voltri alla Val Camonica: i Tassara pionieri della siderurgia.
(Tratto da un'articolo di Paola Gotta)
Un eccezionale spirito imprenditoriale e una continua tensione all'innovazione e alla sperimentazione hanno guidato, per più di 130 anni, l'attività di una famiglia voltrese, i Tassara, che ha condotto con intelligenza e caparbietà, prima a Voltri, poi a Darfo e a Breno (entrambe in Val Camonica), un'importante esperienza nello sviluppo della siderurgia italiana.
Nella seconda metà dell'Ottocento l'industria siderurgica italiana si trovava in condizioni di grande arretratezza, dovuta sia alla scarsità delle miniere di ferro che all'inadeguatezza degli impianti, il cui rinnovo avrebbe richiesto enormi investimenti tecnici e finanziari, senza considerare l'assenza quasi totale di giacimenti di combustibile fossile.
In questo panorama Filippo Tassara avviava, nel 1854, una piccola industria del ferro a Fiorino, presso Voltri, lungo il corso del torrente Cerusa. La piccola officina, che produceva ferro e chiodi per i costruttori navali della riviera, dovette rispondere pienamente alle aspettative del
suo fondatore che in soli dieci anni fruttò i capitali che permisero il trasferimento nella vicina Voltri, dove sorse, nel 1865, la prima Ferriera, che prese il nome paradigmatico di "Ricompensa". In essa il Tassara installò un treno laminatoio azionato da una macchina rotativa a vapore di sua invenzione e vi chiamò a lavorare operai specializzati provenienti in massima parte dalle zone del bergamasco e del bresciano, dove l'industria siderurgica era assai più sviluppata.
La ferriera continuò a migliorare, anche per le consulenze di Giorgio Enrico Falck Sr., fino a che, nel 1875, fu necessario impiantarne un'altra, denominata "Stella d'Italia", fornita di due treni, uno sbozzatore e uno a serpentaggio.
Per comprendere meglio come dovevano apparire gli esordi imprenditoriali della famiglia Tassara, ecco quanto riportava, sul finire dell'Ottocento, un articolo del Secolo XIX: "È necessario che non si lasci passare sotto silenzio il grande sviluppo preso dalla Ferriera dei Signori Tassara. La famiglia Tassara è veramente degna di un posto nell'aureo libro
'Volere è Potere' e certamente vicino ai nomi di individualità che dal poco, anzi dal nulla, con assiduità, lavoro, intelligenza han saputo toccare meta sì alta, procacciando, col proprio, il benessere di una popolazione..."
Nato a Genova nel 1820, Filippo Tassara ebbe dodici figli, cinque femmine e sette maschi. Ventisei anni e cinque fratelli dividevano il primogenito, Giuseppe, nato nel 1847, dall'ultimo, Carlo, nato nel 1873.
Quando Filippo morì, nel 1878, Giuseppe non deluse le aspettative del padre: prese in mano le redini della famiglia, coinvolgendo i fratelli nell'impresa fino ad inserirveli quasi tutti e valorizzò le Ferriere ormai divenute Ditta "Filippo Tassara e Figli", portandole a livelli di assoluta competitività. ...
... Sul finire del secolo XIX le Ferriere misuravano 730 metri di lunghezza, avevano 12 macchine motrici fisse, producevano 240.000 quintali annui di oggetti vari e impiegavano 800 operai.
Intanto, nel 1895, era sorto, grazie all'afflusso di ingenti capitali tedeschi, l'Istituto di Credito Italiano, fra i cui azionisti figurava anche Giuseppe Tassara.
Da quel momento le grandi industrie liguri ebbero un'importante struttura finanziaria in grado di sostenerle.
Il 4 maggio 1899 la Ditta "Filippo Tassara e Figli" divenne Società Anonima "Ferriere di Voltri" con un capitale di 6 milioni di lire; alla famiglia Tassara andò la maggioranza assoluta. ...
... Le antiche Ferriere, alla cui direzione Giovanni era succeduto a Giuseppe, prematuramente scomparso, vanno incontro ad una fase di espansione: lo stabilimento si arrichhisce di nuovi laminatoi e di nuovi forni a gas e viene ultimato il terzo forno dell'acciaieria. La società, ben affermata sul piano nazionale, acquista una bulloneria a Sestri Ponente,
una nuova ferriera a Rossiglione e, poco dopo, uno stabilimento siderurgico a Oneglia -IM-.
Negli anni precedenti la guerra anche le attività dei Tassara risentirono della crisi che investì il settore siderurgico italiano, in difficoltà nel recepire combustibili e rottami e sempre più costretto a ricorrere all'indebitamento bancario.
Il primo conflitto mondiale, grazie alla richiesta di materiale bellico, condusse ad una netta quanto effimera ripresa, ma, terminata la guerra, la Società "Ferriere di Voltri" dovette inevitabilmente fare i conti con una realtà che si era conformata già da qualche anno, ossia l'integrazione delle imprese e la formazione di colossi polisettoriali.
Il 13 marzo 1818 i Tassara cedettero la maggioranza del pacchetto azionario ad Attilio Odero, presidente della Terni, legando così le sorti della loro industria a quelle di uno dei giganti della siderurgia italiana. ...
... Nel 1930 la Società Anonima "Ferriere di Voltri" venne assorbita dalla "Ilva altiforni e acciaierie d'Italia", il cui primo presidente fu Filippo Tassara.
Terminava così l'avventura di una delle industrie pioniere della siderurgia italiana. ...
... Carlo, l'ultimogenito, animato dallo stesso spirito imprenditoriale che aveva guidato il padre più di trent'anni prima, diede avvio, presso Brescia, a quello che diverrà uno dei più importanti centri elettrosiderurgici italiani. ... Egli introdusse a Darfo, primo in Italia, l'uso del forno elettrico nella produzione di ferroleghe. ...
... Nel 1920 Carlo Tassara si trasferisce a Breno e dà inizio alla costruzione di uno stabilimento di leghe metalliche terminato nel 1922, anno in cui abbandona la carica di amministratore nell'impresa di famiglia. |
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Il Castello di Tassara a Voltri.
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Fu costruito da Federico Tassara su progetto di Andrea Crocco, noto
architetto del primo Novecento. Sorto su un antico rudere in una collina ricca di storia e battaglie, fu monumento nazionale.
Passato successivamente in proprietà a Carlo Tassara, è stato devastato nell'ultimo conflitto mondiale.
Oggi appartiene alla "Casa del Santo Bambino" e di recente è stato egregiamente restaurato. Esso gode di una splendida vista sovrastando la Valle Cerusa dove sorgevano le Ferriere di Voltri con le loro sette ciminiere. |
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Purtroppo la recessione industriale che ha colpito Genova ha fatto si
che anche Voltri, ormai delegazione ponentina, perdesse quella sua forza industriale che l'ha contraddistinta nella sua storia.
In questi ultimi decenni ha subito un degrado, soprattutto turistico ed ecologico, con la costruzione del nuovo Porto di Voltri che non ha portato il boom industriale che ci si aspettava (soprattutto in campo occupazionale per gli abitanti di Voltri), ma ha contribuito al degrado urbanistico della delegazione.
Ultimamente sono sorti dei comitati cittadini molto attivi che operano per un rilancio di Voltri e per renderla più vivibile cercando di restituirla alla sua vocazione naturale di località balneare. |
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2003: 100 ANNI DI VOLTRI CITTÀ
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Nel 1903 il re Vittorio Emanuele III proclama Voltri Città a tutti gli effetti. Con questo il re non faceva che ufficializzare qualcosa che era in atto almeno dal 1820. Nell’ultimo decennio del secolo diciannovesimo
la nostra cittadina, detta “Voltri l’Industre”, cavalca un’onda positiva, un boom economico senza precedenti. L’onda spontanea è incrementata dal Sindaco Nicola Mameli, filosofo, scrittore, mazziniano, fratello di Goffredo. Alla
morte di Nicola (1901) il nuovo sindaco Giuseppe Alizeri chiede l’ufficializzazione al re. Nel 1903 il sindaco in carica, Agostino Vigo (1863-1942), industriale tessile, mecenate, socio fondatore del Circolo velico (1898), finanziatore di “ludi” ginnici, ha l’onore di ricevere e firmare l’accettazione del prestigioso riconoscimento regale. Dopo di lui si alternano alla carica Gio Batta Gaggero e Carlo Tealdo i quali assieme a Vigo fondano la S.S. Nicola Mameli (1904). Nel 1905 il sindaco è Nicolò Canepa, seguito da Antonio Puppo. Dopo la guerra mondiale (1918) si contano i morti voltresi, sono 148 circa. Dopo le elezioni del 1920 vinte dai socialisti sale alla carica di sindaco Bernardo Odicini. Nel 1922 la violenza fascista provoca le dimissioni della Giunta socialista. Segue un periodo prefettizio di alcuni mesi poi, le nuove
elezioni sono vinte da una coalizione formata da liberali giolittiani, cattolici, nazionalisti e fascisti. L’industriale cartario G.B. Magnani è il nuovo sindaco in carica che si mette a ricucire il deficit municipale, a iniziare i lavori (1925) della via Buffa, a ridurre la disoccupazione catastrofica, a erigere un monumento ai caduti ecc. All’inizio del 1926, quando il Duce vuole la “Grande Genova”, Magnani si dimette. Prende provvisoriamente la carica l’avv. Domingo De Filippi che dopo una certa resistenza al provvedimento, sotto la spinta del regime, lo accetta e lo firma. Da quel momento in poi lui diviene commissario regio della delegazione di Ge-Voltri. Voltri l’Industre sarà sempre meno industre, la
popolazione scenderà a 15.880 anime, Tassara e Campanella passeranno sotto l’I.R.I., i lanifici e i cotonifici chiuderanno. In seguito bombardamenti (1944), alluvioni (1970) e amministrazioni di varie tendenze politiche lo ridurrano fra il 1970 e il 1990 ai minimi livelli di “guardia”. Da quel periodo in poi inizia un lento risveglio dovuto ad una
lenta presa di coscienza della cittadinanza, gradatamente sempre più partecipe e interessata alla cosa pubblica.
Andrea Boccone
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LE CATASTROFI A VOLTRI
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Gli avvenimenti che, negli ultimi decenni, hanno portato Voltri alla
ribalta nazionale sono stati, oltre alla costruzione del porto, la disastrosa
alluvione del 7 ottobre del 1970, e la più recente alluvione del 23 settembre 1993, senza contare le altre cinque alluvioni che ci sono state dall'inizio del secolo.
Parlando invece di cose positive, il 26 settembre1992 ha riaperto, dopo circa settant'anni, la Biblioteca di Voltri, la più antica Biblioteca Popolare d'Italia nata nel 1846.
La maggior parte di queste notizie sono tratte da:
VOLTRI, ANTOLOGIA DI COSE, FATTI E PERSONAGGI - Carlo Dall'Orto
- edizioni VOLTRI 1967
PAGINE VOLTRESI - sac. G.B. Cabella - edizioni GENOVA Tipografia
della Gioventù 1908
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SPAZIO PUBBLICITARIO A DISPOSIZIONE
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